22/12/12

Luigi Coccia - Conformazioni. La ricerca attraverso il progetto di architettura





L'azione del conformare rimanda al significato del conferire forma a qualcosa ponendo particolare attenzione agli elementi che entrano in gioco e alle reciproche relazioni.
Nella costruzione di un luogo l'atto del conformare si traduce nel far corrispondere, nell'adattare una forma ad un sito, attività che richiede una imprescindibile conoscenza topografica attraverso la quale far emergere dal palinsesto del territorio figure già espresse o segni interrotti. Il progetto di architettura, inteso come esercizio conformativo, acquisisce una valenza conoscitiva traducendosi in strumento ricognitivo e interpretativo dei territori antropizzati.
Secondo tale approccio, la pratica del progetto costituisce una possibile modalità di fare ricerca in architettura e il risultato raggiunto, espresso in forma disegnata o realizzata, si offre come ulteriore materia di indagine su cui soffermare l'attenzione, sollevando nuovi spunti di riflessione.


Luigi Coccia, Conformazioni. La ricerca attraverso il progetto di architettura, a cura di Alessandro Gabbianelli, Gangemi Editore, Roma, 2012


10/10/12

Rivivere il Margine. Unità d'abitazione tra città e campagna

Unicam - S.A.D. Scuola di Architettura e Design "Eduardo Vittoria"
Ascoli Piceno AA 2012-2013
prof. Alessandro Gabbianelli
prof.ssa Paola Ricco
con dott.ssa Claudia Belli, dott.ssa Letizia Saccoccio




Giovedì 11 Ottobre_ore 14,30
Prolusione Corso di Lineamenti di Storia dell'Architettura
Aula C305 sede Cattaneo

Venerdì 12 Ottobre_ore 9,30
Prolusione Corso di Composizione Architettonica e Urbana
Aula C103 sede Cattaneo


PROGRAMMA:
All'interno della realtà contemporanea, contraddistinta dall'iper-consumo, i fenomeni urbani mostrano alcune contraddizioni: da un lato la città cresce aumentando vertiginosamente la sua densità, dall'altro si espande, richiedendo sempre più spazio. L'evoluzione delle reti infrastrutturali ha reso possibile lo sviluppo di nuovi quartieri abitativi nelle zone esterne agli antichi perimetri urbani, così come ha permesso lo spostamento delle principali attività industriali, commerciali e terziarie che hanno trovato collocazioni più confacenti alle loro rinnovate esigenze, incompatibili con la saturazione spaziale della città consolidata. La città si espande orizzontalmente consumando grandi porzioni di suolo fino ad assume dimensioni territoriali.
Il corso si propone di indagare gli spazi residuali della città contemporanea, spazi di diversa entità che mostrano una natura plurale. Sono spazi originariamente agricoli, inesorabilmente erosi dall'espansione urbana che ne lascia porzioni frammentate che progressivamente perdono il loro uso produttivo. Sono luoghi instabili del territorio investiti dai processi di trasformazione in atto, suoli delle future periferie in attesa di imminenti operazioni immobiliari. Sono aree contaminate dalla rete infrastrutturale che indirizza la nuova espansione urbana.
Questi territori richiedono una riflessione sulle strategie progettuali da adottare affinché una loro possibile riconfigurazione sia adeguata alle rinnovate esigenze abitative.
Il campo di applicazione dell'esplorazione progettuale coinciderà con un sito della "città adriatica" dove territorio agrario e urbano coesistono. L'esperienza didattica sarà indirizzata a " guardare al territorio e allo spazio pubblico come a una terra di antica cultura o a un palinsesto in cui, più o meno evidente, permane il segno di tutti i gesti che, nella memoria, hanno contribuito a modellare quello specifico paesaggio, e non un altro" (S. Marot). A partire dall'osservazione e descrizione del territorio, l'esercitazione progettuale si porrà l'obiettivo di indirizzare la trasformazione urbana prefigurando nuovi scenari, nuove relazioni, nuove identità. Lo studente dovrà progettare un edificio residenziale indagando le esigenze dell'abitare attraverso la sperimentazione di diverse tipologie. Il progetto verrà sviluppato facendo particolare attenzione alle relazioni tra manufatto architettonico e contesto attraverso lo studio dei rapporti tra: vuoto/pieno, esterno/interno, verde/costruito, paesaggio agrario/paesaggio urbano.


vai al sito della scuola: http://d7.unicam.it/sad//

14/09/12

Lars Lerup - Stim & Dross, Holey Plane


Uno dei più importanti manifesti scritti riguardanti l’urbanistica degli ultimi venti anni è il saggio del 1995 Stim & Dross: rethinking the metropolis di Lars Lerup, che ha influenzato il pensiero di una generazione di progettisti riguardo l’urbanizzazione. 
Lerup sostiene come la superficie del territorio urbanizzato consista di due cose: stim and dross. Stim è il termine che caratterizza i luoghi, gli edifici, i programmi e gli eventi che la maggior parte delle persone identificherebbe come in fase di sviluppo o per uso umano (alloggi, occupazione, industria, ricreazione, ecc.). Dross è il paesaggio dei resti, o il paesaggio desolato (waste landscape) che emerge tra gli stims, sottovalutato per diverse ragioni (inquinamento, disinteresse, condizioni naturali inadeguate per costruire, scarso rendimento, ecc.). “Stagni/ristagni di aria raffreddata punteggiano il piano, come oasi nel deserto. Inchiodate in modo precario nel luogo dalle macchine e dagli eventi umani, questi ristagni diventano punti di stimolazione  - stims – su questo pellame ruvido, ma inflesso altrimenti popolato solo da dross – gli ignorati, sottovalutati, sfortunati residui economici della macchina metropolitana”(1).
Utilizzando la città di Houston come esempio, Lerup prende in considerazione l’espansione del territorio urbanizzato, che egli immagina come un “holey plane” (piano bucato): “Questo holey plane sembra un territorio incolto più che il dato di una città fatta dagli uomini. Punteggiata da alberi e attraversata da donne/veicoli/strade, essa è una superficie dominata dal senso peculiare di una battaglia crescente: una battaglia dell’economia contro la natura. Sia gli alberi che le macchine di questo piano si manifestano come le tracce/impronte o scorie (dross) di quella battaglia”(2). Egli utilizza la teoria del holey plane per capire le relazioni tra il paesaggio e l’urbanizzazione, riconcettualizzando la città come un sistema vivente, solido, dinamico, oppure come un enorme involucro ecologico di produzione e territorio che implica spreco e dispendio.
La teoria di Lerup suscita interrogativi riguardo al significato di “dross”. Come si può descrivere una riserva naturale urbana? Quando tale luogo si qualifica come “stim” o come “dross”? Se una superficie di paesaggio urbano è intenzionalmente progettata (da un architetto, un pianificatore, un paesaggista, uno sviluppatore, un politico, ecc.) per non essere attivata, è possibile considerarla “dross”? Lerup intende ridefinire la superficie della città come un’area ibrida di “stimdross” cercando una zona d’ibridazione dove gli attributi di “stim” e “dross” si sovrappongono (come un’area di riserva naturale o una proprietà intenzionalmente lasciata in abbandono), pratica necessaria per affinare e testare la sua ipotesi. Per definizione, altri possibili “stimdross” includono aree industriali inquinate, abbandonate, fatiscenti e strutture lasciate disabitate per debiti e per rimediare ai costi, terreni in preparazione, superfici usate temporaneamente, così come altri tipi di superfici urbanizzate intenzionalmente non progettate, sotto-progettate (underprogrammed), o svuotate di programma.(3)

1“Pools of cooled air dot the plane, much like oasis in the desert. Precariously pinned in place by machine and human events, these pools become points of stimulation – stims – on this otherwise rough but uninflected hide, populated only by the dross – the ignored, undervalued, unfortunate economic residues of metropolitan machine”. Lars Lerup, After the city, Cambridge, MIT Press, 2001 p. 58


 2 This “holey plane” seems more a wilderness than a datum of a man-made city. Dotted by trees and criss-crossed by women/vehicles/roads, it is a surface dominated by a peculiar sense of ongoing struggle of economic against nature. Both the trees and machines of this plane emerge as the (trail or) dross of that struggle. Lars Lerup, Stim & dross: rethinking the metropolis, in Assemblage 25, Cambridge, MIT Press, 1995, p. 88

 3 Vedi la lettura che fa Alan Berger in, Alan Berger, Drosscape. Wasting land in urban America, Princeton Architectural Press, New York, 2006

01/09/12

Ann O'M. Bowman, Michael A. Pagano - Terra Incognita


Boon or blight? Ann Bowman and Michael Pagano define "vacant land" broadly, to include everything from brownfields (environmentally contaminated land) through trashed lots and abandoned buildings to greenspace (parks, community gardens, etc.).Terra Incognita takes a fresh look at what they believe can be the ultimate urban resource. Beyond the common studies of the influence of market forces, it explores how these areas are affected by the decisions of local governments, and then shows how vacant land can be a valuable strategic asset for localities.Terra Incognita derives from what -- until now -- has been the lack of substantial information about the amount and the diversity of urban vacant land. This book is based on an unprecedented survey sent to all U.S. towns with a population greater than 50,000, and contains data previously unavailable. Three cities were studied in greater depth for detailed case studies: the greater Phoenix and Seattle areas and Philadelphia-Camden. A number of other cities are cited frequently, including Boston, Chicago, Detroit, New York, Cleveland, Cincinnati, and Oklahoma City, among many others.Identifying the fiscal, social, and development imperatives that drive the decisions local officials make about using vacant land, Bowman and Pagano pay particular attention to the varying dynamics of sales, property, and income taxes, and conclude with a model for making strategic decisions about land use based on a city's priorities.

Ann O'M. Bowman, Michael A. Pagano, Terra incognita. Vacant land and urban strategies, Georgetown University Press, Washington, 2004

01/08/12

Michel Desvigne - Lyon Confluence




La “confluenza” di Lione è un sito che ha un’estensione di circa 150 ha. Esso è delimitato a Est e a Ovest rispettivamente da limiti naturali costituiti, dai fiumi Saona e Rodano che in questo punto confluiscono. L’area, situata al centro della città di Lione, è compresa inoltre tra la stazione di Perrache (a Nord), il raccordo ferroviario di scambio multimodale e l’autostrada. All’interno di essa sono presenti il mercato all’ingrosso e una serie di stabilimenti industriali in via di dismissione.
Il sito della confluence è stato oggetto di interesse di numerosi architetti e funzionari pubblici che propesero inizialmente per la realizzazione di un grande parco pubblico delimitato a Nord dalla futura costruzione di un quartiere abitativo. I limiti di questo piano furono subito evidenti, era necessario, affinchè questo venisse attuato, aspettare il decadimento e quindi la demolizione dell’intera area industriale, l’abbandono della ferrovia e la deviazione dell’autostrada. L’attuazione del piano avrebbe previsto la realizzazione in blocco del progetto e quindi la “solidificazione” dell’intera area, che non avrebbe accolto alcun tipo di trasformazione futura della città.
Michel Desvigne propone un approccio completamente opposto a quello della pianificazione totale dell’area. “Anziché produrre un piano di sistemazione rigido, l’equipe propone una strategia d’infiltrazione, un processo di occupazione evolutiva, sfruttando la frammentazione del territorio per introdurvi giardini e passeggiate”; l’intento è creare “un sistema di parchi provvisori, che accompagnino tutte le trasformazioni senza attendere il grande progetto” (Desvigne 2002). La riflessione che fa il paesaggista si basa sulla possibilità di innescare un processo temporale attraverso l’implementazione di una “natura intermedia”, il raggiungimento di un “ipotetico e illusorio stato definitivo avverrà attraverso una sequenza di stati, corrispondenti a diversi stati di metamorfosi. Le superfici esterne nascono, scompaiono, si spostano secondo l’evoluzione degli edifici e la cadenza dei relativi disimpegni urbanistici” (Desvigne 2009).
La struttura portante del progetto viene affidata alla sistemazione a verde della lunga passeggiata di 2,5 km lungo la Saona che diventa il nuovo “margine verde” dell’intera area.
Per richiamare subito la popolazione a rivivere questo luogo, affinché fin da subito se ne possano in parte riappropriare, innescando un processo di nuova colonizzazione di quella che era un’area marginale, vengono allestiti dei giardini temporanei. Con la tecnica delle “piastre-giardino”, che permettono di non intaccare affatto il suolo, si sono create delle grandi aiuole-contenitore riempite di terreno, all’interno delle quali vengono piantati arbusti. In questo modo si creano delle aree temporanee di verde, di effetto immediato e facilmente removibili quando si andrà a realizzare il progetto definitivo.
Al verde viene dato il ruolo di elemento attrattore, materiale in grado di dare una nuova valenza ad un paesaggio, che rimasto “residuo” delle trasformazioni urbane e distante dai flussi pedonali torni ad avere una nuova valenza sociale ed estetica, ripristinando un nuovo rapporto con il fiume e il territorio adiacente.
Dal rinnovato “quai” lungo la Saona si estendono perpendicolarmente delle fasce verdi temporanee e permanenti che organizzano la tessitura d’insediamento dei nuovi edifici. Le fasce vegetali hanno sezioni differenti, da superfici verdi che fungono da parco a semplici filari d’alberi; questi assi hanno il compito di ripristinare il rapporto fisico tra i due fiumi della confluence, rapporto precedentemente interrotto dalle arterie infrastrutturali che da sud a nord attraversavano l’intera area. La vegetazione si fa carico di tracciare una nuova matrice urbana, ricalcando e rafforzando segni già esistenti dell’urbanizzazione, dandogli una nuova e più chiara gerarchia e stabilendo nuove relazioni tra gli spazi. L’intento è quello di creare una forte commistione tra superfici costruite e verdi, tra spazi privati e pubblici affinchè vi sia una forte relazione con il suolo così come avviene nel quartiere di South Kensington a Londra.
L’area della Confluence da area marginale, interessata da una forte instabilità dovuta alle funzioni che l’interessavano continuerà a mantenere una forte componente di metamorfosi dettata questa volta dalle trasformazioni indotte dagli spazi verdi.

BIBLIOGRAFIA:
_Desvigne Michel, Intermediate Natures. The landscape of Michel Desvigne, Birkhauser, Berlin, 2009
_Desvigne Michel, “Recherches pour une esthétique de la trasformation” in A. Masboungi (a cura di) Penser la ville par le paysage, Parigi, Editions de la Villette, 2002
_Ghilotti Marco, Un futuro prossimo: il margine verde della Confluence, in “Territorio”, n. 34, Franco Angeli Edizioni, Milano, 2005
_Marchegiani Elena, Paesaggi urbani e post-urbani, Meltemi editore, Roma, 2005

27/07/12

WWF Italia - RiutilizziAMO l'Italia

WWF Italia - RiutilizziAMO l' Italia

WWF con RiutilizziAMO l’Italia mira a suscitare un movimento culturale e sociale che serva a reinventare il nostro territorio, riducendo  il consumo del suolo. In un nuovo quadro di sviluppo sostenibile, il recupero e riutilizzo delle aree in disuso o degradate può partire dal basso e da iniziative spontanee, e potrebbe avere grandi effetti di incentivazione dell’occupazione giovanile e di freno all’irrazionale e bulimico consumo del suolo che ha caratterizzato lo sviluppo del nostro Paese negli ultimi 50 anni.


http://www.corriere.it/ambiente/12_luglio_27/wwf-campagna-riutilizzare-italia_ae856c0c-d72f-11e1-a7bb-b1b271585285.shtml

19/05/12

Alex MacLean - Orchard Landscape


Alex MacLean, Worcester Street Community Garden, Boston

Alex MacLean, Brooklyn Grange, New York

Alex MacLean, Les Courtillières, Pantin, Parigi


01/05/12

Bernardo Secchi, Paola Viganò - La ville poreuse



Secchi Bernardo, Paola Viganò, La ville poreuse. Un projet pour le Grand Paris et la métropole de l'après - Kyoto, Ed. Metispresses, 2011


29/04/12

West 8 - Carrascoplein







L’intervento dei West 8 per Carrasco Square ad Amsterdam si occupa del ridisegno della terza dimensione dello spazio residuale che l’infrastruttura può generare: “il sotto”. Il sito si colloca alla periferia ovest di Amsterdam e per la maggior parte della sua estensione è collocata sotto la nuova ferrovia sopraelevata. L’assenza di luminosità naturale del sito ne fa un luogo invitante per attività poco lecite e frequentazioni ambigue, quindi garantire la sicurezza è una delle richieste che il progetto deve soddisfare.
L’intervento dei West 8 si concentra sul trattamento delle superfici il cui disegno crea un mosaico fatto di asfalto, erba e pietre che mette in evidenza la verticalità delle colonne che sorreggono la sopraelevata. L’intero sito si trasforma in una metaforica foresta urbana, dove l’istallazione di ceppi di alberi in ferro, posizionati sul prato, garantiscono l’illuminazione, e fanno evocano l’abbattimento di una presente vegetazione al fine di creare una “radura”. La creazione della “radura” costituisce la piazza che permette un importante collegamento per i pedoni e garantisce una veloce connessione tra i parcheggi che ospita e la stazione sopraelevata di Sloterdijk.


25/04/12

Alan Berger - Drosscape


Partendo da queste considerazioni, Alan Berger rivisita e amplia la teoria di Lerup. Nel suo ultimo testo, Drosscape [1], focalizza l’attenzione sugli spazi vuoti della città contemporanea indagando innanzitutto le relazioni etimologiche tra le parole vast, waste, e dross.
Il termine latino vastus, è radice etimologica sia del termine vast che waste. Il termine latino vastus (francese antico guaste, francese moderno vaste) è un aggettivo che ha innanzitutto l’accezione di vuoto, spopolato, deserto, ma anche reso deserto da devastazioni, desolato, devastato, saccheggiato; inoltre fa riferimento alla dimensione delle cose, nei significati di grandissimo, vasto, ampio, smisurato, enorme[2]. L’aggettivo vastus si riferisce quindi alle caratteristiche proprie di uno spazio, ma è anche radice di verbi quali devastare, distruggere, disertare (devastare), azioni esterne che agiscono sugli spazi, portandoli alla condizione di vastus. Nella lingua inglese, la parola latina vastus, diventa vast, dove esprime principalmente il significato di grandezza, ma può essere declinato anche nel termine vain (lemma di origine trecentesca, dal francese antico vein) con l’accezione di svuotato di valore reale, inutile, senza profitto, e nel termine wane nel senso di lasciato abbandonato. Il vocabolo waste condivide con il lemma vast l’origine etimologica, ma acquisisce nella lingua inglese un significato più ampio, tralasciando la peculiarità fisica dell’aggettivo vastus. Esso esplica maggiormente quelle che sono le caratteristiche indotte dell’oggetto, prendendo il significato di deserto, desolato, disabitato, incolto, improduttivo. Berger introduce il termine dross, la cui etimologia include origini condivisibili con le parole vast e waste, due termini frequentemente usati anche per descrivere la natura contemporanea dell’urbanizzazione orizzontale, ma ha anche connessioni con le parole vanity, vain, vanish and vacant. La parola dross, in inglese antico è dros[3] con l’accezione di dirt (immondizia, sporcizia, sudiciume, ma anche fango, terriccio e in senso figurato bruttura, lordura, sozzura[4]) e dregs (posatura, sedimento, al singolare anche residuo, pezzetto[5]). Originariamente il vocabolo dross stava ad indicare la schiuma emessa dai metalli durante il processo di fusione; in seguito ha preso il significato di materiale senza valore, di scarto, impuro, scoria, rifiuto.
Alan Berger mette in evidenza come il lemma dross abbia relazioni con i termini vast e waste, ma soprattutto rileva, partendo dal significato della parola, quanto il dross scaturisca dalla combinazione di processi naturali e antropici, diventando quindi un prodotto generato da pratiche esterne ad esso. Trasferendo il ragionamento sullo spazio urbano, Berger afferma: “Lo scarto (dross) è considerato come un componente naturale di ogni città che si sviluppa dinamicamente. È un indicatore della salute dello sviluppo urbano”[6]. I paesaggi dello scarto (drosscapes) sono interstizi, spazi “in-between” nel tessuto urbano della città[7], fasce libere lungo le strade, “mare” di parcheggi, terreni non usati, aree in attesa di sviluppo, zone di scarico rifiuti, distretti di stoccaggio merci, una distesa apparentemente senza fine di interruzioni e perimetri che incorniciano i quartieri abitativi; aree che si accumulano nella scia del processo spazio e socio-economico di deindustrializzazione, post-fordismo e innovazione tecnologica. Gli spazi vuoti, tranne i parchi e gli spazi aperti protetti, sono costituiti da nastri, lotti, aree non edificate o non edificabili, spazi sempre più frammentati, marginalizzati interstizi tra gli edifici che costituiscono il tessuto urbano. Una marginalità che si presenta anche all’esterno, dove i confini netti tra paesaggio agrario e paesaggio urbanizzato si sono trasformati in un bordo sfrangiato. Il contrasto tra gli spazi dell’agricoltura, i lotti urbani e l’infrastruttura genera una commistione di aree frammentate che hanno perso una propria identità. Il termine “in-between” descrive uno stato liminare di qualcosa che vive in transizione ed elude le classificazioni, qualcosa che respinge una nuova stabilità e un nuovo incorporamento nella città, uno spazio che rimane ai margini attendendo un desiderio sociale che lo riconnetta all’interno dell’espletamento delle pratiche urbane.[8]


[1] Alan Berger, Op. Cit.
[2] Traduzione da, Castiglioni Luigi, Mariotti Scevola, IL. Vocabolario della lingua latina, Loescher, Torino, 1987
[3] The American Heritage® Dictionary of the English Language, Fourth Edition. Retrieved November 10, 2009
[4] Traduzione da, Giuseppe Ragazzini, Il nuovo Ragazzini. Dizionario inglese-italiano italiano-inglese, Zanichelli, Bologna, 1987
[5] Ibidem.
[6]Alan Berger definisce, attraverso otto postulati che sintetizzano la sua teoria, definisce il drosscape, ma anche il ruolo fondamentale del progettista nella re-immissione di questi spazi all’interno del disegno urbano:
1-Dross is understood as a natural component of every dynamically evolving city. As such it i san indicator of healthy urban growth; 2-Drosscape accumulate in the wake of socio- and spatio-economic processes of deindustrialization, post-Fordism, and technological innovation; 3-Drosscapes requie the designer to shift thinking from tacit and explicit knowledge (designer as sole export and authority ) to complex interactive and responsive processing (designer as collaborator and negotiator); 4- The designer does not rely on the client-consultant relationship or the contractual agreement to begin work. In many cases a client may not even exist but will need to be searched out and custom-fit in order to match the designer’s research discoveries. In this way the designers is the consumate spokesperson for the produsctive integration of waste landscape in the urban world.; 5-Drosscape are interstitial. The designer integrates waste landscape left over from any form or type of development; 6-The adaptability and occupation of drosscapes depend upon qualities associated with decontamination, health, safety, and reprogramming. The designer must act, at times, as the conductor and at times the agent of these effect in order to slow down or speed them up; 7-Drosscape may be unsightly. There is little concern for contextual precedente, and resources are scarce for the complete scenic amelioration of drosscapes that are located in the declinino, neglected, and deindustrializing areas of cities; 8-Drosscapes may be visually pleasing. Wasteful landscapes are prurposefully built within all types of new development located on the leadfing, peripheral edges of urbanization. The designerr must discérnè which types of “waste” may be productively reintegrsted for higher social, cultural, and environmental benefits”. Alan Berger, Drosscape. Wasting land in urban America, Princeton Architectural Press, New York, 2006.
[7] Alan Berger associa il termine “in-beetwen” (interstizio) al termine di Lerup dross e afferma: “Plugging in Lerup’s terms-dross can be seen to be waht i have been calling the in-between of a city’s urban fabric”, in Alan Berger, Op. Cit., p. 37
[8] Alan Berger, Op. Cit., p. 29

13/04/12

Paysage Topscape - numero 9









URBAN CITY LANDSCAPE. Parigi: Michel Desvigne, Henry Bava, Michel Corajoud, Jacqueline Osty, - Rosenheim: Mangfallpark - Amsterdam: Schinkeleilanden Park - Philadelphia: James Corner - Palermo: Pan-Ormus La Cala - BRAND LANDSCAPE. Vodafone Village - Emotional Green - URBAN&DESIGN. Copenhaghen: Superkilen - Roma: parco lineare in luce - Tallin: TTU Campus Design - VERDE HI-TECH. Vacarisses: Green Recycle - CITY PLAY. Plaça Ricard Vines - Heerenschurli Park - TEMPORARY LANDSCAPE. Whatami: Paesaggio (Con)temporaneo - Sabie di Slem - LAND ART. FAI: il terzo paradiso - TOP GARDEN. Yalta: Natural garden - Parco Giuseppe Ungaretti

Presentazione del numero presso la sede dell'ordine degli architetti di Milano

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